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Questo è un sito molto completo e dettagliato, con parafrasi letterale verso per verso, e anche narrativa completa in prosa che non omette nessun
dettaglio. Ci sono anche svariati commenti.
Mediasoft
Questo sito è quello meglio organizzato da un punto di vista di navigazione,
con i versi numerati e note cliccabili. È quello che uso come riferimento principale.
Manoscritto XIV secolo
Questo è un pdf file (226MB) di un manoscritto del 14mo secolo fatto da un amico e ammiratore di Dante.
Numerologia
Questo è più che altro per curiosità, non l'ho usato granché.
Princeton Dante project
Questo sito è una miniera di risorse, pieno di commenti e fonti storiche attraverso i secoli.
Società Dantesca Italiana
Questo ancora non l'ho esplorato granché ma è senz'altro notevole per i links a svariati manoscritti. È qui che ho trovato il manoscritto del 14mo secolo
attribuito a Menghino Mezzani.
La Divina Commedia in HD
Questo sito è utile per le belle immagini e per la versione in prosa dei canti che facilita la comprensione del testo. Il sito è molto eterogeneo con contributi anche non specifici alla Divina Commedia.
In quella parte del giovanetto anno che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra e già le notti al mezzo dì sen vanno,
quando la brina in su la terra assempra l’imagine di sua sorella bianca, ma poco dura a la sua penna tempra,
lo villanello a cui la roba manca, si leva, e guarda, e vede la campagna biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca,
ritorna in casa, e qua e là si lagna, come ’l tapin che non sa che si faccia; poi riede, e la speranza ringavagna,
veggendo ’l mondo aver cangiata faccia in poco d’ora, e prende suo vincastro e fuor le pecorelle a pascer caccia.
Così mi fece sbigottir lo mastro quand’ io li vidi sì turbar la fronte, e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;
ché, come noi venimmo al guasto ponte, lo duca a me si volse con quel piglio dolce ch’io vidi prima a piè del monte.
Le braccia aperse, dopo alcun consiglio eletto seco riguardando prima ben la ruina, e diedemi di piglio.
E come quei ch’adopera ed estima, che sempre par che ’nnanzi si proveggia, così, levando me sù ver’ la cima
d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa; ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».
Non era via da vestito di cappa,
Questo è un altro verso che fa dibattere i commentatori da sette secoli. La maggioranza (e sembra tutti quelli più antichi) dicono che
Dante con 'vestito di cappa' si riferisce ai dannati della sesta bolgia, che portano una cappa di piombo. La mia interpretazione appena letto il verso è stata che
si riferiva a un generico vestito con cappa, che sembrerebbe l'osservazione più logica (che c'entrerebbero i dannati della sesta bolgia a scalare quell'argine?). Però è vero,
come hanno osservato alcuni, che in realtà Dante era probabilmente proprio lui vestito in modo poco "sportivo" (senz'altro tutte le raffigurazioni di Dante che abbiamo, a cominciare da Dorè, non lo fanno vedere in calzoncini corti). Si potrebbe ribattere che è proprio per questo che Dante ha scritto così, come per dire 'il mio procedere era
ancora più difficile perché non era un percorso da vestito di cappa, come ero io'.
Enrico Mastica (1921-22) pare non avere dubbi: Quella non era via per la quale potessero salire gl'ipocriti gravati delle cappe di piombo, se a mala pena potevano salirvi, aggrappandosi, Virgilio che era ombra e Dante, sospinto da Virgilio. Il confronto par che si offra spontaneo; pare, ma non è cosí. Come questo confronto poteva venire in mente al Poeta che aveva visto gl'incappati camminare per entro la bolgia con tanta pesante lentezza? Esso non avrebbe per nulla reso l'immagine della difficile e aspra salita su per la ruina. Io credo quindi che si debba interpetrare cosí: Quella non era via da potersi salire in veste larga e talare, ma conveniva andare in farsetto, perché «e piedi e man volea il suol di sotto» (Purg., IV, 33).
Giuseppe Giacalone (1968) scrive: la maggior parte dei commentatori intende riferire il termine alle cappe degli ipocriti, ma è più esatto intendere come un vestito lungo che dia impaccio ai movimenti per una salita ripida come quella della frana.
Un'interpretazione bilanciata secondo me più probabile è quella di Natalino Sapegno (1955-57): potrebbe significare semplicemente: non era una via adatta a persone vestite di abiti lunghi o di ampi mantelli, tali da impedire o almeno impacciare i movimenti. Qui però è probabile che il poeta, dicendo cappa, pensi ancora ai mantelli di piombo degli ipocriti, che ha appena lasciato.
e anche di Giovanni Fallani (1965): perdura nella mente del poeta il ricordo degli ipocriti e delle loro pesanti cappe di piombo, anche se l'espressione significa soltanto che per salire non bisognava avere indosso abiti lunghi, che facilmente s'impigliano e impediscono la libertà dei movimenti.
ché noi a pena, ei lieve e io sospinto, potavam sù montar di chiappa in chiappa.
'chiappa' qui vuol dire 'appiglio', qualcosa che si può facilmente 'acchiappare'. Ho letto che il termine persiste anocra in
alcuni dialetti italiani.
E se non fosse che da quel precinto più che da l’altro era la costa corta, non so di lui, ma io sarei ben vinto.
Ma perché Malebolge inver’ la porta del bassissimo pozzo tutta pende, lo sito di ciascuna valle porta
Nei primi 39 versi di questo canto ci sono ben quattro casi di parola
ripetuta per fare la rima (tempra, faccia, piglio, porta). Ma in tutti i casi la parola
è usata con significato diverso. Finora non ho incontrato nessun caso dove la stessa parola
con lo stesso significato sia stata usata per fare una rima.
che l’una costa surge e l’altra scende;
Otteniamo qui informazioni inedite sulla geografia dell'ottava bolgia.
L'argine interno (cioé più vicino al pozzo che sta al centro) di una bolgia è più basso di quello esterno. Questo comporta che ogni bolgia sia più bassa
rispetto a quella precedente quando ci si sposta verso il centro.
Non è però chiaro se anche il fondo della valle sia in pendenza, che contribuirebbe ancora di più all'abbassarsi. In ogni caso, quando Virgilio si è buttato giù a scivolo
per fuggire dai Malebranche, era sul lato esterno della sesta bolgia, quindi più lungo di quello interno che ora stanno scalando.
noi pur venimmo al fine in su la punta onde l’ultima pietra si scoscende.
La lena m’era del polmon sì munta
"Lena" è una parola efficace per descrivere quanta forza o energia fisica sia rimasta a una persona. Usata da Dante anche al verso 59 di questo canto,
e prima in I, 22 e XIII, 122.
quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre, anzi m’assisi ne la prima giunta.
«Omai convien che tu così ti spoltre», disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma, in fama non si vien, né sotto coltre;
sanza la qual chi sua vita consuma, cotal vestigio in terra di sé lascia, qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
E però leva sù; vinci l’ambascia con l’animo che vince ogne battaglia, se col suo grave corpo non s’accascia.
Più lunga scala convien che si saglia; non basta da costoro esser partito. Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia».
Leva’mi allor, mostrandomi fornito meglio di lena ch’i’ non mi sentia, e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».
Su per lo scoglio prendemmo la via, ch’era ronchioso, stretto e malagevole, ed erto più assai che quel di pria.
Parlando andava per non parer fievole; onde una voce uscì de l’altro fosso, a parole formar disconvenevole.
Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso fossi de l’arco già che varca quivi; ma chi parlava ad ire parea mosso.
Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi non poteano ire al fondo per lo scuro; per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi
da l’altro cinghio e dismontiam lo muro; ché, com’ i’ odo quinci e non intendo, così giù veggio e neente affiguro».
«Altra risposta», disse, «non ti rendo se non lo far; ché la dimanda onesta si de’ seguir con l’opera tacendo».
Noi discendemmo il ponte da la testa dove s’aggiugne con l’ottava ripa, e poi mi fu la bolgia manifesta:
e vidivi entro terribile stipa di serpenti, e di sì diversa mena che la memoria il sangue ancor mi scipa.
Più non si vanti Libia con sua rena; ché se chelidri, iaculi e faree produce, e cencri con anfisibena,
né tante pestilenzie né sì ree mostrò già mai con tutta l’Etïopia né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
Tra questa cruda e tristissima copia corrëan genti nude e spaventate, sanza sperar pertugio o elitropia:
con serpi le man dietro avean legate; quelle ficcavan per le ren la coda e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
Ed ecco a un ch’era da nostra proda, s’avventò un serpente che ’l trafisse là dove ’l collo a le spalle s’annoda.
Né O sì tosto mai né I si scrisse, com’ el s’accese e arse, e cener tutto convenne che cascando divenisse;
e poi che fu a terra sì distrutto, la polver si raccolse per sé stessa e ’n quel medesmo ritornò di butto.
Così per li gran savi si confessa che la fenice more e poi rinasce, quando al cinquecentesimo anno appressa;
erba né biado in sua vita non pasce, ma sol d’incenso lagrime e d’amomo, e nardo e mirra son l’ultime fasce.
E qual è quel che cade, e non sa como, per forza di demon ch’a terra il tira, o d’altra oppilazion che lega l’omo,
quando si leva, che ’ntorno si mira tutto smarrito de la grande angoscia ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:
tal era ’l peccator levato poscia. Oh potenza di Dio, quant’ è severa, che cotai colpi per vendetta croscia!
Lo duca il domandò poi chi ello era; per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana, poco tempo è, in questa gola fiera.
Vita bestial mi piacque e non umana, sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci bestia, e Pistoia mi fu degna tana».
E ïo al duca: «Dilli che non mucci, e domanda che colpa qua giù ’l pinse; ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci».
E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse, ma drizzò verso me l’animo e ’l volto, e di trista vergogna si dipinse;
poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto ne la miseria dove tu mi vedi, che quando fui de l’altra vita tolto.
Io non posso negar quel che tu chiedi; in giù son messo tanto perch’ io fui ladro a la sagrestia d’i belli arredi,
e falsamente già fu apposto altrui. Ma perché di tal vista tu non godi, se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,
apri li orecchi al mio annunzio, e odi. Pistoia in pria d’i Neri si dimagra; poi Fiorenza rinova gente e modi.
Tragge Marte vapor di Val di Magra ch’è di torbidi nuvoli involuto; e con tempesta impetüosa e agra
sovra Campo Picen fia combattuto; ond’ ei repente spezzerà la nebbia, sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.
E detto l’ho perché doler ti debbia!».
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